Studio Legale Bacci

Legge Pinto

 IL DIRITTO ALL’EQUA RIPARAZIONE – LEGGE PINTO.

Molti sapranno che uno dei prolemi principali della giustizia italiana è la lungaggine dei processi, che supera di molto la media degli altri Stati Europei.

Invero il Legislatore, spinto dalle pressioni a livello europeo, con la Legge 89/2001 è venuto in soccorso di tutte quelli che da anni attendono invano di soddisfare un proprio diritto, riconoscendo loro il risarcimento dei danni patrimoniali e morali seguiti alla lentezza della macchina della giustizia.

 

Nel nostro ordinamento il diritto al “termine ragionevole” è stato introdotto con la legge 4 agosto 1955 n. 848 che ha ratificato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ed è stato recepito oltre che con siffatta legge ordinaria anche nella stessa Carta Costituzionale ( art. 111, comma 2, Cost., aggiunto dall' art. 1 della legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2.)

 

 

La norma europea cui lo Stato Italiano ha dovuto conformarsi è l'art. 6 paragrafo 1 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali in cui è affermato il diritto di ciascuno a che "la sua causa sia trattata equamente, pubblicamente ed in un termine ragionevole, da un tribunale indipendente e imparziale".

 

L’importante novità introdotta con la c.d. Legge Pinto è il riconoscimento del diritto ad un’equa riparazione a carico dello Stato per ogni anno eccedente la ragionevole durata (3 anni per il procedimento di primo grado, 2 anni per il secondo ed 1 anno per la cassazione) pari a circa 1.000/1.500 euro; somma che può aumentare fino a 2.000 euro in casi di particolare importanza.

 

L’art. 2 Detta Legge, rubricato “Diritto all'equa riparazione” stabilisce che: “1. Chi ha subìto un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa riparazione.

 

2. Nell'accertare la violazione il giudice considera la complessità del caso e, in relazione alla stessa, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonché quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione.

 

3. Il giudice determina la riparazione a norma dell' articolo 2056 del codice civile, osservando le disposizioni seguenti:

 

a) rileva solamente il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole di cui al comma 1;

 

b) il danno non patrimoniale è riparato, oltre che con il pagamento di una somma di denaro, anche attraverso adeguate forme di pubblicità della dichiarazione dell'avvenuta violazione”.

 

La nuova disciplina è complessivamente entrata in vigore il 18 aprile 2001, anche se "l'erogazione degli indennizzi" è stata differita a partire dal 1° gennaio 2002 (art. 3, comma 7).

 

Il parametro della “ragionevole durata”. La nostra giurisprudenza ha invalso la tendenza a richiamare anche la giurisprudenza della Cedu al fine di specificare il contenuto della “ragionevole durata” del processo.

 

In ogni caso, come già abbiamo indicato, il comma 2 dell'art. 2 Legge Pinto, stabilisce i criteri da osservare per accertare la ricorrenza della violazione in questione, vale a dire "la complessità del caso e, in relazione alla stessa, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonché quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o comunque a contribuire alla sua definizione".

 

La durata ragionevole deve, quindi, essere determinata case to case, commisurandola innanzitutto alla "complessità" della vicenda processuale.

 

Su tale ultimo elemento incide ad esempio il numero dei soggetti interessati, la difficoltà di instauraurare il contraddittorio e la variabile individuabile nel "comportamento delle parti" che potrebbe essere invocata come possibile giusta causa di protrazione del processo oltre un certo periodo temporale, non potendo lo Stato rispondere per le inerzie, o per le tecniche difensive dilatorie ascrivibili alle parti.

 

La “ragionevole durata” è valutabile non solo in ordine alla complessiva durata della vicenda processuale, ma anche in considerazione del ritardo in una o più fasi o gradi del processo, quali disciplinati dal codice di rito, sulla scorta degli stessi criteri indicati dall’art. 2, comma 2.

 

Vale la pena sottilineare che è ininfluente ai fini del risarcimento in pendenza del processo il fatto che la complessiva durata del processo non integri la violazione dell'art. 6 della Convenzione europea.

 

La misura della riparazione e i suoi presupposti. Riguardo a quel che concerne la misura della riparazione, questa è determinata dal giudice secondo i parametri offerti dall'art. 2056 c.c., con riguardo al danno, patrimoniale e non, riferibile al periodo eccedente la durata ragionevole del processo (art. 2, comma 3).

 

È presupposto essenziale per attivare l’azione volta all’equa riparazione, il danno-conseguenza conseguito all’eccessiva durata della controversia. Il danno in questione può essere patrimoniale o non, ma ciò che indispensabile è il nesso causale tra il ritardo nella definizione della causa ed il danno. Il giudice in sede di liquidazione terrà in conto del danno comprensivo della perdita subita, ma anche del lucro cessante ( art. 1223 c.c.).

 

L'onere della prova del danno compete a colui che invoca la riparazione, secondo i principi generali della responsabilità extracontrattuale per cui l'onere di provare i fatti costitutivi della propria pretesa spetta a colui che l'avanza.

 

Neppure il danno non patrimoniale è considerato insito nella durata irragionevole del processo, ma a tal fine, nel giudizio civile, dovrà tenersi conto di altri elementi quali ad esempio l'importanza dei beni in contestazione e le probabilità di esito positivo al tempo dell'introduzione del giudizio, mentre nel giudizio penale la mera pendenza del processo, laddove l’esito rilevi l’assoluzione in formula piena, fa presumere un dolore meritevole di essere risarcito. È chiaro invece che nell’ipotesi di un’azione avanzata prima che il processo sia concluso, la riparazione deve prescindere da qualsiasi considerazione inerente il possibile o probabile esito del processo e commisurarsi solo al pregiudizio derivante dalla intollerabile durata del giudizio, sul presupposto che il danno risarcibile deve essere tale a prescindere dalla conclusione del processo.

 

Il danno non patrimoniale è suscettibile di essere risarcito, oltre che per equivalente, anche attraverso una peculiare forma specifica, costituita da "adeguate forme di pubblicità della dichiarazione dell'avvenuta violazione" (art. 2, comma 3, lett.b); il giudice potrà, ad esempio, disporre la pubblicazione del dispositivo del decreto di condanna dello Stato su quotidiani, riviste o siti web se e nei limiti in cui sia necessario per compensare l'ingiusta sofferenza patita dal ricorrente.

 

Termini. Ai sensi dell'art. 4 della legge in esame il diritto all'equa riparazione deve essere fatto valere, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui è divenuta definitiva la decisione con la quale si conclude il processo.

 

Il termine semestrale è quindi senz'altro perentorio e decorre dalla definizione del processo di durata irragionevole, vale a dire dal passaggio in giudicato della sentenza o, comunque, dal momento in cui diviene definitivo il provvedimento che lo conclude.

 

Per evitare la decadenza deve ritenersi necessario il deposito del ricorso giudiziale nella cancelleria della Corte di Appello ai sensi dell'art. 3, comma 2, in quanto il termine è espressamente riferito alla proposizione della domanda di riparazione.

 

Ambito d’applicazione. Il diritto all’equa riparazione spetta alle parti del giudizio prottrattosi eccessivamente che abbiano subito a causa della lungaggine processuale un danno; è importante far presente che legittimati attivi sono anche gli eredi di quest’ultimi. Costoro, pertanto, sono legittimati, "iure hereditatis", a proporre la domanda di equa riparazione, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, per reclamare quanto, a titolo di danno non patrimoniale, sarebbe spettato al "de cuius", parte nel processo presupposto del quale si lamenta la non ragionevole durata (Cass., Sez. I^, sent. n. 14284 del 20.06.2006.)

 

Il diritto all’equa riparazione non può essere acquisito da persona che, al momento dell'entrata in vigore di detta legge, non era più in vita, giacché con la morte viene meno la soggettività giuridica e, di conseguenza, la capacità di assumere la titolarità di situazioni giuridiche; in tal caso, pertanto, il diritto all'indennizzo neppure può essere preteso dall'erede del defunto, non essendo trasmissibile all'erede ciò che non è esistente nel patrimonio del "de cuius" al momento del suo decesso (Cass., Sez. I^, sent. n. 360 del 14.01.2003).

 

 

 

Se anche tu sei vittima della lentezza della giustizia italiana puoi contattare il nostro Studio specializzato in materia, che saprà aiutarti a far valere il tuo diritto all’equa riparazione.

 

 

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